Cassazione, sigillo finale al maxiprocesso Nebrodi: conferme per i capi dei clan e truffe agricole prescritte
Confermate in via definitiva le condanne per i vertici dei Batanesi e dei gruppi tortoriciani, mentre una parte dei reati minori cade in prescrizione
Redazione Telemistretta 5 Dic 2025 16:38
La Cassazione mette il sigillo definitivo sul maxiprocesso Nebrodi, confermando in larga parte l’impianto accusatorio sulla cosiddetta “mafia dei pascoli”, il sistema criminale che per anni ha drenato milioni di euro di fondi europei attraverso terreni inesistenti e truffe organizzate dai clan tortoriciani, poi replicato anche da altre mafie siciliane e perfino europee. Dei numerosi capi d’imputazione, molti relativi a truffe e falsi fino al 2015 sono stati dichiarati prescritti, ma le posizioni dei vertici dei Batanesi e dei gruppi collegati hanno retto: confermate le condanne per Sebastiano Bontempo e Vincenzo Galati Giordano, così come quelle – con alcuni ritocchi – per diversi partecipi al sistema, tra cui Domenico Coci, Salvatore Bontempo, Sebastiano Conti Mica, Giuseppe Costanzo Zammataro e Gino Calcò Labruzzo. Per i capi d’imputazione caduti in prescrizione, la Cassazione ha disposto i rinvii necessari alla Corte d’appello per ricalcolare le pene dove occorre eliminare i reati ormai estinti.
L’udienza in Cassazione è stata lunga e complessa: dopo l’intervento del sostituto procuratore generale si sono alternate le arringhe di una ventina di avvocati. La Procura di Messina contestava una rete criminale ramificata, capace di dialogare con cosche di Catania, Enna e con il mandamento delle Madonie, impegnata in estorsioni, incendi dolosi, falsi, trasferimenti fraudolenti e truffe aggravate. L’impianto era stato ricostruito grazie al lavoro incrociato dei carabinieri del Ros, che avevano delineato il nuovo assetto del clan dei Batanesi, e della Guardia di Finanza, concentrata sulle ramificazioni dei Bontempo Scavo e dei Faranda-Crascì. Il processo d’appello del 2024 aveva prodotto 65 condanne, con una sola conferma integrale e numerose riduzioni di pena, insieme a un consistente numero di assoluzioni e prescrizioni.
Commentando la sentenza, Giuseppe Antoci sottolinea che «l’impianto accusatorio ha tenuto» e rivendica il percorso che portò alla legge nazionale contro le truffe sui fondi agricoli: «Abbiamo colpito una mafia ricca, potente e violenta, ed è per questo che quella notte volevano fermarmi». Ricorda gli undici anni di vita blindata, il conflitto a fuoco in cui rimase coinvolto e i poliziotti che gli salvarono la vita: «La giustizia ha vinto, ma ha perso ancora una volta la dignità di un Paese che ha lasciato per anni questo territorio senza difese». Nonostante il prezzo pagato